Reissue: La resa dei conti

Reissue di un post dal mio vecchio blog su Splinder

Alla fine giunge per ogni doomster il momento di saldare i conti con Lovecraft, l’uomo di Providence o nelle parole del suo epitaffio “I am Providence”, cioè “Io sono la Providdenza”, ma anche  “Io sono Providence”.

Qualunque sia il giudizio che si voglia dare su questo autore, è chiaro come abbia influenzato generazioni varie di ascoltatori di doom. De facto l’atto di nascita stesso del metal, ovvero Black Sabbath dei Black Sabbath presenta una traccia ispirata a un racconto di Lovecraft: Beyond the wall of Sleep. Così come il protagonista di Beyond the wall of Sleep tuona sul finire del racconto: “Tonight I go as a Nemesis bearing just and blazingly cataclysmic vengeance. Watch me in the sky close by the Demon-Star” il disco dei Black Sabbath ha portato sconvolgimento nella musica mondiale, la nascita di un filone interamente nuovo e del primo sottogenere del metal medesimo: il doom.

Ovviamente non finisce qua, più le cose diventano estreme più Lovecraft continua a venire fuori, non fanno eccezione i <b<Metallicache su Ride the Lightning piazzano una strumentale di quasi nove minuti intitolata The Call of Ktulu (sic.!) e in Master of Puppets la midtempo dagli echi sabbathiana The thing that should not be il cui testo è chiaramente ispirato al ciclo di Dagon.

Tornando sul doom i padri putativi del Funeral Doom, gli svedesi Thergothon che non piangeremo mai abbastanza dedicarono al Lovecraft un intero demo: il seminale Fhtagn-nagh Yog-Sothoth. L’unica cosa che può fare l’ascoltatore è mimare l’invocazione di Robert Blake sul finire di The Haunter of the dark: “Azatoth have mercy!”.

Da un certo punto di vista è facile capire come mai generazioni di musicisti doom (siamo ormai alla quarta) e metal in generale non siano potuti rimanere indifferenti alla mitogia di Lovecraft, all’orribile pianura del Kadath, alla città inabissata di R’lyeh dove Cthulhu attende la venuta del suo tempo, non per salvare il mondo, ma per dominarlo, il dio marino Dagon e la sua progenie che invade la costa del New England trasformando gli uomini in esseri acquatici che un giorno lo seguiranno negli abissi, il misterioso libro nero Necronomicon e il suo autore il folle arabo Abd-Al-Hazred.

Quello a cui non si può rimanere indifferenti è il senso di questa cosmogonia.  Tutto resta intriso nel più profondo pessimismo. La letteratura è una menzogna spudorata, una falsità dichiarata. Nessuno deve credere che esistano i Grandi Antichi o gli dèi esterni, nessuno. Tuttavia come in ogni mitologia che si rispetti quello che conta non è quello in cui
si crede, al contrario delle religioni positive che ci chiedono una banale accettazione di alcuni dogmi che vanno contro il senso comune e contro la realtà così come essa è, ma ciò che importa è il significato del mito. Ciò che conta è ciò che il mito può insegnare, il significato allegorico ultimo. L’opera di Lovecraft è in un certo molto difficile proprio per
questo: è l’opera di un mitografo moderno, l’opera di creazione di un mondo a sé stante, parallelo a quello che conosciamo, con le sue regole e la sua coerenza (anche alla fine Lovecraft non sempre se ne preoccupa troppo: l’importante è che passi il messaggio che intende di volta in volta). L’unico che nel 900 abbia tentato uno sforzo pari è stato in qualche modo Tolkien, il quale ha avuto nel suo lavoro una costanza e una coerenza spasmodica e le sue conclusioni sono diametralmente opposte a quelle del nostro. Soprattutto per questo punto di vista ideologico non posso che trovarmi dalla parte di Lovecraft e Il Signore degli Anelli oggi non esercita su di me più il fascino di un tempo.

Alla prima stesura di questo intervento avevo finito di leggere da poco per la prima volta il monumentale At The Mountains of Madness (nel frattempo caso più unico che raro per me che non riesco a rileggere quasi nulla l’ho riletto altre due volte e resta il mio romanzo preferito di Lovecraft). All’epoca ero rimasto affascinato dal pessismo
cosmico che emana la storia degli Antichi. Giunti da altri mondi sulla terra creano la vita sulla terra in un gioco destinato a sfuggirgli di mano. Sono narrate le guerre che gli Antichi ebbero con Cthulhu e i suoi alleati fino alla tregua finale che segnò la chiusura di Cthulhu nella profondità della sua città R’lyeh. Sebbene strani agli occhi umani dei protagonisti questi nulla erano in confronto a Cthulhu e alla sua compagine che si dice venissero addirittura da un’altra dimensione e non seguissero nemmeno le nostre stesse leggi fisiche, cui invece gli Antichi sembrano sottostare. Infine è accennata e si desume dal tetro finale la guerra degli antichi contro i loro servi, i mostruosi Shoggot, esseri fatti di sola materia. La fine è segnata: gli Antichi, scienziati, matematici, civili, in una parola uomini, debbono soccombere alla potenza medesima della carne senza intelletto debbono soccombere a chi non ha neanche il dono della parola se non limitatamente a qualche pallida imitazione della voce del proprio antico padrone. Tutto si può riassumere nella semplice frase “… poor Lake, poor Gedney… and poor Old Ones! Scientists to the last – what had they done that we would not have done in their place? God, what intelligence and persistence! What a facing of the incredible, just as those carven kinsmen and forbears had faced things only a little less incredible! Radiates, vegetables, monstrosities, star spawn – whatever they had been, they were men!” che rappresenta anche un potentissimo superamento del razzismo alle volte intrinseco delle opere di Lovecraft, poiché si riconosce l’umano per ciò che rappresenta non per il suo aspetto fisico.

La (fanta)storia della Terra assurge allora ad allegoria del destino della razza umana: soccombere alla degradazione della carne. Questa è la vittoria degli Shoggot. Questa è la vittoria dell’orrore sulla civiltà, della materia sulla mente. Dietro ogni ogni razionalista c’è un irrazionalista, Lovecraft non sfugge alla regola. L’opposizione razionale si può fare
solo presa coscienza dell’irrazionalità e dell’insensatezza dell’universo, filosoficamente parlando basti pensare a Schopenhauer.

Anche in una breve sintesi come questa appare ovvio come mai Lovecraft sia un’ispirazione costante per il Doom da 40 anni a questa parte. Io come accennato pago il mio tributo, in parte con questo post, in parte con la musica che ascolto che da oggi non sarà più come prima e lo pagherò anche con la musica che produrrò un domani.

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